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Uno strumento che può portare il lavoro là dove non c’è – e quindi sostenere un virtuoso incontro tra la domanda e l’offerta – ma anche uno strumento usato ancora al di sotto delle sue possibilità. È la fotografia aggiornata, dopo due anni di emergenza pandemica, dello smart working secondo due analisi realizzate da Randstad.

Due studi che arrivano pochi giorni dopo la proroga del regime semplificato con l’approvazione del Dl semplificazione e il via libera al Dl Aiuti bis che, invece, non è intervenuto come era stato annunciato sullo smart working per i lavoratori fragili e genitori di figli under 14.

La chance al Sud

Il primo studio è realizzato da Randstad e Fondazione per la Sussidiarietà, si intitola «South working per lo sviluppo responsabile e sostenibile del Paese», e sarà presentato al Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini in programma dal prossimo 20 agosto.

Il punto di partenza è da un lato il dato secondo cui il 77% delle aziende ha adottato lo smart working e il 46% è disponibile a progetti di remote working da 2 a 5 giorni settimanali.

Dall’altro, l’analisi dei ricercatori su oltre 1,4 milioni di offerte di lavoro pubblicate sui principali siti di ricerca online tra il 2019 e il 2021.

Il risultato? Le offerte di lavoro al Sud sono state solo l’8% del totale, mentre il 78% dei posti di lavoro sono concentrati nel Nord e il 14% nel Centro. La situazione è simile per le offerte di lavoro hi-tech, che vedono sempre una prevalenza del Nord (75%), seguito da Centro (16%) e Sud e Isole (9%).

In questo contesto il “south working” può essere «una occasione straordinaria per favorire la crescita del paese e abbattere storiche diseguaglianze – osserva Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà –, molti lavoratori qualificati del Mezzogiorno potrebbero così mantenere un legame con il proprio territorio, senza rinunciare a preziose opportunità. È una strada che potrebbe coinvolgere anche la pubblica amministrazione. Un percorso sussidiario che parte dal basso e potrebbe davvero cambiare il mondo del lavoro e dare un nuovo impulso all’iniziativa imprenditoriale al Sud».

Lo studio registra anche come stia crescendo l’interesse delle aziende agli “hub di lavoro” al Sud (lo studio ne prende in esame sei: Sant’Angelo le Fratte, Palermo, Licata, Castelbuono, Trapani, Tursi), spazi di co-working o veri e propri uffici con team aziendali dislocati in aree lontane dalle grandi città del Centro-Nord. «Sempre più imprese – spiega Marco Ceresa, Group Ceo di Randstad – iniziano a considerare di favorire lo sviluppo nelle aree più fragili del Paese, cercando di trovare anche quelle competenze e quelle risorse preziose che sempre più si fa fatica a trovare nel Nord del Paese. La creazione di un hub di lavoro può davvero essere il volano per il south working, potendo reclutare competenze altrimenti non accessibili, garantire il bilanciamento vita-lavoro alle persone e sostenere di un indotto locale. Ma i presupposti fondamentali per esperienze di south working di successo sono la creazione di un’adeguata infrastruttura digitale, spazi adeguati e uno sforzo multilaterale tra aziende, agenzie per il lavoro, Comuni di riferimento e atenei universitari».

Il rallentamento

Parallelamente a questo fenomeno ne esiste un altro, quello che segna una fase generale di stallo nello sviluppo dello smart working. A raccontalo è Randstad Research (il centro di ricerca promosso dal gruppo) che, elaborando i dati Istat ed Eurostat, spiega come su 8 milioni di potenziali smart worker italiani, solo un terzo oggi lavora da remoto per almeno un giorno a settimana. Dato che colloca il nostro Paese in coda all’Europa. Finita l’emergenza pandemica cioè, se nel resto d’Europa il lavoro a distanza sembra destinato a proseguire la sua crescita, in Italia assistiamo a una sorta di ripiegamento.

I numeri spiegano come alla fine 2019 fossero 1,15 milioni gli italiani che lavoravano almeno in parte da casa. Questo trend schizza nei due anni successivi: a fine 2021 sono 2,9 milioni i lavoratori da remoto almeno un giorno a settimana. Si tratta di un dato in crescita ma che tocca ancora solo il 37,2% del potenziale (calcolato sempre da Randstad nel rapporto del 2020 sulla base delle mansioni).

Il senso del rallentamento è palpabile se alza lo sguardo oltre i confini nazionali. «Confrontando l’Italia con gli altri paesi europei, l’impressione che si ha è che il nostro paese abbia decisamente tirato il freno, rispetto allo smart working», chiosa il report. La media europea degli occupati che lavorano spesso da remoto passa dal 5,4% del 2019 al 12% del 2020 al 13,4% del 2021. L’Italia è l’unico paese dell’Europa a 27, assieme alla Spagna, a far segnare un arretramento nel 2021 rispetto all’anno precedente: «Si è passati dal 3,6% del 2019 al 12,2% del 2020, per poi scendere all’8,3% della fine del 2021».

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